DHARAMSALA, India – Ottobre 2008 - Luigi Rusconi
164
portfolio_page-template-default,single,single-portfolio_page,postid-164,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-theme-ver-8.0,wpb-js-composer js-comp-ver-5.1.1,vc_responsive
 

About This Project

L’aria era tersa e calda. Il clima era festoso, ma raccolto. Il vociare, il sorridere era un sottofondo vivace, ma non rumoroso; per parlare col vicino non era necessario alzare la voce. Eravamo in tanti, ma ognuno aveva il suo spazio. Ai bordi non c’era servizio d’ordine, tutti sapevano che la strada verso Dharamsala doveva restare libera, doveva passare lui, il Dalai Lama, e tutti erano in festa.

Per qualche chilometro l’asfalto era stato decorato con disegni in calce bianca e con scritte di benvenuto. Qualcuno aveva acceso dei rami di pino dentro una stufa improvvisata e ne usciva un fumo fastidioso, ma, allontanandosi, restava solo la fragranza del bosco.

Scendendo lungo la strada la scena era dominata da una lunga linea bianca, disordinata, ma continua: le sciarpe che ognuno aveva nelle mani in atteggiamento di dono e di preghiera, il loro modo di augurare un felice ritorno. La folla era raccolta in gruppi: i bambini delle scuole nella loro divisa, i monaci in color porpora con le bandiere tibetane, i novizi nella tonaca giallo ocra e porpora con le mani giunte, le donne in costume che facevano girare la ruota delle preghiere; qua e la qualche occidentale.

Ci avevano chiesto di interrompere i nostri ambulatori e di scendere in strada coi camici per farci riconoscere, perché il Dalai Lama sapeva che noi eravamo lì, a portare la medicina occidentale, a verificare tra la popolazione tibetana le nostre conoscenze sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari, a scambiare la nostra cultura con la loro.

La cultura tibetana giorno dopo giorno tenacemente difesa dalla violenza cinese in questa terra d’esilio concessa dal governo indiano, dove la gente porta i segni dei maltrattamenti e delle torture, dove gli orfani dolorosamente ricordano i morti, dove tuttavia si insegna e si impara, ma soprattutto si respira la non violenza: occhi che guardano lontano in un futuro di speranza.

Custom Field

Lorem ipsum dolor sit amet

Date

20 November

Category
Art, Photography