SGUARDI E PAROLE - Luigi Rusconi
15979
page-template-default,page,page-id-15979,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-theme-ver-8.0,wpb-js-composer js-comp-ver-5.1.1,vc_responsive
 

Riconosciuta FIAF: H14/2011

La galleria di ritratti fotografici contraddice l’antico adagio secondo cui negli occhi è riflessa l’anima della persona; una sorta di ombra platonica, indizio e riflesso di una vicina verità. In realtà gli occhi anche quando manifestano sentimenti decisi ed estremi, dal riso al pianto, restano una velatura che separa l’osservatore dall’osservato. Tanto più quando si ha a che fare con il “realismo”, si fa per dire, della fotografia.

I ritratti di Rusconi, di cui ci viene offerta, con questa mostra, una minima quanto esemplare testimonianza, appartengono ad una ricca raccolta messa insieme da anni nei lunghi viaggi per il mondo insieme alla moglie Adele, senza per questo indulgere alla tentazione dell’esotico e dell’etnico: fascinazione e limite dell’occhio occidentale di fronte all’incontro con la diversità colorata e rumorosa delle razze.

L’ambiguità degli occhi che ferma sulla soglia dell’anima lo sguardo del fotografo si rovescia nella forma del chiedere. I ritratti di Rusconi interrogano piuttosto che lasciarsi interrogare: ”che vuoi sapere da me?” E a quel punto, a questo punto, non resta che lasciarsi osservare, senza velleità interpretative, senza chiedere al minuscolo post-it che affianca l’immagine in mostra se non l’essenziale, l’indicazione di un luogo e di un anno. Il resto è superfluo. Il volto giovane e sbarazzino della ragazza punk dai capelli colorati di un rosso improbabile, còlto in un mezzo profilo senza sfondo e senza appoggio, gioca con gli occhi dell’osservatore: ”che sai tu di me – sembra chiedere – ora che mi hai nel tuo ferma-immagine?” Solo a quel punto e a alle condizioni dettate dallo sguardo è possibile avviare con esso un rapporto che infrange la velatura invisibile degli occhi e dei volti, e che lascia aprire un varco, un “ecco ora ti racconto…”

Ma c’è dell’altro. Rusconi accompagna la galleria delle immagini con vere o presunte intrusioni letterarie (deciderà l’osservatore-lettore; anche questo fa parte del gioco degli sguardi). Si tratta di suoi brevi testi poetici extravaganti, nel senso che non sono a commento di questa o di quell’immagine, sono però anch’essi evocativi di incontri, di storie appena sfiorate.

                                                                                              Ennio Grassi